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Canto di Natale

di Ida Amlesù

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L’aria è fredda, morde la poca pelle scoperta dei nostri cappotti. Col mio colbacco di pelo di taglio vagamente maschile, che mi oscura fino agli occhi, mi sono guadagnata l’appellativo di “Molodoj chelovek!”,”Ragazzo!”. Camminiamo soli, io e Lëva, nel buio del giorno che finisce. È un autunno che sa di inverno, la neve luccica come una coperta di stelle.

Lëva è la mia guida. Ha un cognome che sembra un gatto, e lui stesso è un gatto, trasformista: negli occhi gli brillano mille idee, gli piace parlare di libri, piccole gioie, profondissime tristezze, demoni, incantesimi. Per le strade di Mosca, un vento glaciale che ubriaca, i lampioni formano uno sciame di lucciole accese. Siamo a Kropotkinskaya, in pieno centro, e fingiamo d’essere il Maestro e Margherita.

“Questo è il palazzo dove vive il Maestro.”

Lëva conosce ogni segreto della città. Non ha paura degli alberi neri, fantasmi inghiottiti dal buio della notte. A dicembre si contano i giorni di sole. Quest’anno saranno, pare, quattro.

Ci infiliamo nei vicoli. Conosco Lëva a stento, ma mi lascio condurre. Non è la prima volta che mi capita: sembro così ingenua, mi dicono, così semplice, con le mie trecce legate coi calzini perché ho perso gli elastici, e la mia mania di cantare sovrappensiero il Flauto Magico. Viene voglia di portarmi a vedere i sortilegi del quotidiano. Non chiedo mai dove siamo: è una fiducia strana, la mia.

“Quando Margherita, vedi, vola sopra la città sulla scopa… Ricordi la scena? Dopo che il diavolo le fa recapitare l’unguento…”

Siamo ritornati sulla Tverskaya. Alle spalle, il Cremlino con le guglie d’oro, la Piazza Rossa coi sosia di Lenin, Stalin e Pushkin che si fanno le foto coi turisti, e a volte fanno a botte. Ogni cosa è illuminata. Non c’è quasi nessuno in giro, ci sono undici gradi sotto zero. Non è tanto freddo, ma è tardi, non è tempo per passeggiare. E mentre stiamo per tornare a casa, intirizziti e stanchi, sentiamo un canto venire da un vicolo sotto un arco. Tre ragazzi intabarrati, in cerchio. Sono canti cosacchi, mi spiega Lëva. In genere non provano per le strade, ma forse il freddo o il vino gli ha dato alla testa, e decidono di insegnarci a cantare con loro. Per le strade gelate di Mosca si alzano le tre voci, tenore, basso, baritono, che cantano amori, desideri, meraviglie.

È il nostro canto di Natale. Mi viene da chiedere: 

“Secondo voi si può diventare russi?”

Ridono. “Certo, ma a una condizione. Tu credi nei miracoli?”