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Creature come noi

di Ida Amlesù

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“Volete del tè?”

La casa è piccola, tutta ninnoli, centrini fatti a mano, tende a fantasia di rose. Dal muro mi guardano con occhi strabuzzanti due gatti, dipinti ad acquarello da una mano malferma. Nella stanza si soffoca, i doppi vetri non filtrano il sole, lo amplificano. È un primo autunno prodigioso, di fiori e frutti d’oro, che sorprende i sobborghi di Mosca.

“C’è anche la torta…”

Vengo là ogni sabato, per insegnare il francese a una deliziosa ballerina di danze popolari russe. Non so a cosa le serva. Attraverso la città, vedo i vagoni del metrò svuotarsi, la terra riemergere, gli alberi infittirsi. Salgo sulla maršrutka, una specie di malmesso miniautobus. L’autista corre, cantando insieme all’autoradio l’elettropop russo degli anni ’90. A volte capita qualche vecchia hit di Riccardo Fogli. Quando arrivo, salgo otto piani a piedi per salutare ognuno dei vecchietti che siedono ai pianerottoli, su poltrone sfondate, fumando ostinatamente sotto il cartello: Vietato fumare. Hanno tutti qualcosa da offrire, biscottini di zenzero, strane barzellette, foto di nipotini.

Sulla soglia mi accolgono i genitori della ballerina. La madre, capelli cotonati come in un film degli anni ’80, mi abbraccia, mi bacia. Porta il grembiule, profuma di mandorle e cannella. Mi fa strada fino alla stanza della figlia, dove volano indemoniati e liberi tre pappagalli azzurri. Nella confusione capisco che uno si chiama Togliatti. La madre sparisce, poi torna con un vassoio di biscotti, torta fatta in casa, tè, cioccolata. È per voi, dice.

La ballerina ha già quattordici anni, ma conserva nello sguardo una tenerezza infantile. Mastica il francese come un’erba amara, senza smettere di sorridere. Con pazienza combatte contro i compiti. I pappagalli ci volano intorno, berciano un po’, becchettano tra i quaderni aperti.

“Tenerli in gabbia, e come si fa?”, il padre compare sulla porta. Li prende uno sulla mano, uno sul braccio, uno in spalla. Mi fa cenno di guardare dalla finestra. Fuori è tutto buche e fossi, d’inverno gelano le pozze e si scivola. Ma dal disordine delle foglie sparse, dal caos dei parcogiochi intirizziti, cosparsi al mattino di una precoce bruma, emerge una dolcezza, una bellezza che non so dire. Abbandonati sulle panchine ridono vecchi di vario genere, sonnecchiano gatti domestici e umani sfaccendati. Amano l’ultimo sole e ne sono riamati.

“Sono creature come voi e me”, il padre carezza i pappagalli, sorride. “Tenerli in gabbia: e chi ce lo avrebbe il cuore?”