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Il grande sognatore

di Ida Amlesù

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L’acqua splende di qualche suo liquido incantesimo. Una brezza increspa la superficie, le alghe sotto sono dita che affiorano. Sono affacciata al parapetto di un ponte di ferro, sulla Darsena del Naviglio. Ogni stagione ha il suo frutto e il suo fiore: per me d’autunno si coltiva il ricordo. Personalmente, lo coltivo nei pub. Il mio preferito, il Gainatt, ormai ha chiuso, e sono rimasta orfana del suo amore. Andavo là a scrivere, a bere, a dimenticare. E a ricordare. È oggi? Era un anno fa. Ora non ho più una casa dove ripararmi dal freddo che nasce, dalle ombre che si fanno lunghe. Ho solo un parapetto, un ponte di ferro da cui sporgermi e guardare giù.

Sotto, l’acqua mi canta la sua canzone. È il Naviglio?

È la Neva. Sono sempre io, ma più giovane, più bella. Porto la treccia, appoggiata a un parapetto. Intorno a me, la pietra bianca e l’ultimo chiarore di un sole stanco. E mentre contemplo l’infinità dei canali di Pietroburgo mi si avvicina il più grande sognatore del mondo, e senza conoscermi e senza guardarmi, con un gesto ampio della mano mi comunica, “Io un giorno avrò un bellissimo castello a Vyborg, al confine con la Finlandia, e vi insegnerò ogni tipo di arte. Tu, che sei così bella, sei invitata: ci vediamo tra dieci anni, a Vyborg, non ti scordare, porta pure tuo marito.” Non sono sposata ma annuisco. Lui mi ricorda qualcuno, qualcuno… Con lo sguardo ritorno alle bellezze dell’acqua, alla Neva mormorante.

È la Neva? No, è la Moscova. Sono su una specie di imbarcadero senza barche, seduta a terra. Disegno i profili delle case, dei passanti. Dietro di me avverto un uomo, l’ombra è alta, il passo è marziale eppure il piede destro strascina un po’. Cammina rapido, mi supera. Poi sento che ritorna indietro, quasi di corsa.

“Perché sei sola, perché disegni per terra?”

Volto la testa, lo osservo.

“Sai che sei uguale a qualcuno che ho amato? I passi, i gesti, il viso… Chiedimi qualunque cosa e ti dirò di sì.”

Ci pensa su, poi risponde: “Insegnami a disegnare.”

E disegniamo insieme, in silenzio, per lunghe ore, finché dal fiume non sale il gelo. È la Moscova su cui le luci ora si spengono.

No, è il Naviglio. È ancora prima, sono appoggiata a questo parapetto ma non mi affaccio, non ci arrivo. Avrò sì e no cinque anni, guardo con interesse delle paperelle, spaesate in quel rigagnolo quasi secco.

“Quando andiamo al lago, ti faccio vedere”, dice mio padre, un sasso in mano. “Se li tiri di piatto, rimbalzano.”