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Raccontami una storia

di Ida Amlesù

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“Raccontami una storia.”

Il bar è ricavato da una cantina, ha le assi a vista e delle botti incastrate nel muro. Si canta, si balla, si brinda con litri di sidro “Maledetto Anton”, come è stato ribattezzato lo Svjatoj Anton (letteralmente Sant’Antonio) da quando, in piedi sul bancone, ho raccontato a tutti di Anton, lo spietato giurista-disegnatore scappato sul Volga per evitare la bancarotta. “Ma che vuol dire giurista-disegnatore” dice Paša, il barista. “Uno o è giurista, o è disegnatore.” “E allora un giurista non può disegnare?”, questo è Vova, uno dei clienti assidui. “È discriminatorio.” “Ci sono giuristi che disegnano e giuristi che non disegnano” conclude filosoficamente Alëša, lavapiatti. “Altro giro?”

Io bevo gratis, perché sono una scrittrice. E poi sono straniera. Luglio è il mio mese preferito, risveglia desideri, mi fa credere nei sogni, mi istiga a vivere come voglio. È la mia prima volta a Mosca, nessuno mi conosce, e io entro nei bar in piena notte, mi siedo al bancone e attacco bottone: sono una scrittrice, raccontami una storia. Intorno si fa silenzio. Il locale intero si mette in ascolto. E come per incanto energumeni mai visti prima, creature tatuate fino agli alluci, motociclisti, tassisti abusivi, ballerine, idraulici, cantanti punk e amanti della birra mi rivelano i loro segreti. Amori di gioventù, risse, tradimenti, scommesse, vendette. Uno organizza cacce al tesoro notturne, sui roller, nelle case abbandonate. “Ma è legale?”, chiedo. Non mi risponde.

È luglio e la notte qui a Mosca è abbagliante, i fanali delle auto in corsa si riflettono sull’asfalto lucido delle strade a dieci corsie, il centro storico è illuminato a giorno e il sole tramonta per tre o quattro ore appena, alle due è già una nuova alba e io corro sui pattini al seguito di quest’esercito di pazzi, sbando, prendo in faccia i pali, perdo clamorosamente alla caccia al tesoro, canto per l’Arbat dove la gente smaltisce la sbronza sulle panchine, respiro l’aria inebriante della città vuota, mi abbandonano uno a uno i miei compagni e resto sola, a guardare il fiume che si sveglia.

Salgo sull’autobus che mi riporta a casa. Sono le sei del mattino.

Accanto a me si siede un senzatetto.

“Scusate”, gli chiedo, “secondo voi come deve andare a finire il mio romanzo?”

Mi guarda, ha gli occhi acquosi, mi scava dentro fino allo stomaco.

“Ora ti racconto una storia.”