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Semplicità

di Ida Amlesù

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La metro di Milano è come lo stomaco di una balena. La gente nuota a banchi, e ognuno è diverso:  gli impiegati-storione, i pesci-studenti, la folla dei pendolari-plancton, le madri-razze con le pinne aperte a proteggere i loro  bambini-paguro inglobati negli zainetti. In disparte, la testa poggiata al finestrino, mangio del pan dei morti fatto da me, che però è uscito duro come un osso. Cerco di organizzare la giornata, a incastro, come sempre:  i miei tre lavori, il mio nuovo e non corrisposto amore per la matematica, l’appuntamento con l’editore, il romanzo da finire, e il telefono che squilla. Di continuo. Ma la musica mi protegge, Spotify è un mare in cui sguazzo senza mai riemergere.

“Sai che anagrammando il tuo nome si ottiene due salami?”

È Attide, amica e supereroe, che taglia la mia bolla acquatica fatta di Débussy e ABBA in cuffia. È il Voltaire del mio Telegram. Ha un modo di parlare, di dire esattamente quello che ha in mente, che è vera eleganza: senza preamboli, brillante e nudo. Sarà che il nonno scriveva poesie sugli atomi, forse è un tratto ereditario. Mia nonna invece non ha mai scritto poesie. Anzi, quando vedeva uno con un libro in mano gli parlava apposta, per distrarlo. 

“Altro anagramma: maiale sud.”

Mia nonna cantava. Era stonata come un campanaccio, ma cantava, per le vie che dagli orti scendevano al mare, o si inerpicavano sopra alle fratte. Aveva per amico un porcellino da latte, e pianse moltissimo quando fu servito in tavola. Le piaceva bere le uova dal guscio, farsi i cappotti uguali a come li vedeva sulle riviste. S’innamorò del vicino e dopo un fidanzamento eterno lo sposò. Diceva sempre: la camicia che non vuol venire con te, stracciala.

“Oppure: male sudai. Questo però è estivo.”

Intorno, la calca metropolitana è ormai un formicaio impazzito. La gente corre, si strattona, parla forte, come se importasse. Stiamo strettissimi. Chiudo gli occhi, ritorno nel mio acquario ovattato, Super Trouper mi culla verso un’altra dimensione. Una in cui canticchio per la strada, felice, mentre bevo uova dal guscio e mi innamoro dei vicini di casa, col mio cappotto giallo col fiocco e la testa piena di anagrammi. Una in cui parlo senza preamboli e le mie frasi sono pura luce, e straccio le camicie che non seguono le mie forme e mi preoccupo, al massimo, degli atomi.

“E quindi scrivi della semplicità?”, chiede l’amica supereroe. “Come sta andando?”

“Benissimo. Secondo te va bene se parlo della teoria dei multiversi?”