copertine strisce iniziali_racconti6.png
peanutpics lab, fotografia, photoediting, copywriting, testi per pubblicità,storytelling, collettivo di artisti

Sopra un filo

di Ida Amlesù

Scrittrice, scrittore, ghostwriting, racconti inediti, storie, racconti brevi, romanzi, storytelling, testi aziendali, copywriting aziendale

Parigi non mi ha mai conquistata. Sarà l’odore stordente che esala dai corridoi della metropolitana, la fretta dei suoi abitanti, le smancerie della sua lingua o i topi che si incontrano nelle periferie di notte. C’è un quartiere però, uno solo, che per me si salva e non è Parigi ma un’isola felice: Saint-Michel. Quando a Parigi ci vivevo, venivo là ogni sera. Passeggiavo tra i ristoranti del Quartiere Latino, le luci aranciate che riflettevano sul pavé, guardavo la gente assiepata intorno alla fontana. Poi scendevo lungo la Senna e mi sedevo sulle panchine del parchetto davanti  alla chiesa di Saint-Julien-Le-Pauvre, se era ancora aperto, o per terra, sul sagrato di Notre-Dame (allora era integra). E osservavo il cielo spegnersi dietro la guglia, oltre il tetto della cattedrale, tra gli artisti di strada e i passanti che mi calpestavano.

Una sera mi si para davanti un uomo. Vestito tutto di nero, i capelli grigi e scompigliati, uno zaino in spalla. “Avreste”, mi dice, “un caricabatteria per un vecchio Nokia?” Me lo chiede in russo. Poi si presenta: si chiama Jura, è di Krasnoyarsk, è un giornalista espulso dall’Unione Sovietica e recentemente è diventato pazzo.

La cosa non mi stupisce. Parigi è una città dove si impazzisce facilmente, e gli strambi e i filosofi e i semplici matti si radunano spesso come una corte dei miracoli intorno alle meraviglie architettoniche. Ma non stupisce neanche lui. Jura si siede accanto a me, sul sagrato, e mi racconta sconnessamente, in un russo raffinatissimo, la sua vita. Ha lasciato moglie e figlio a Krasnoyarsk, ha vissuto in Germania, poi è venuto qui. Vive in strada perché, dice, è un grande teorico, ma non un grande pratico. Cita a memoria dei versi in tedesco su Parigi, aggiunge: “È Heinrich Heine.” Nota il mio sguardo perplesso, si arrabbia: “Perché nessuno conosce Heine?”

“Sai”, continua, passando dal voi al tu, “nel ’71 c’era un tale, un equilibrista, Petit si chiamava. Ha messo una fune tra i due campanili di Notre-Dame, e ci ha camminato sopra. Il caricabatteria ce l’hai?”

“No.”

“Pazienza.” Si alza, fa per andarsene. Vedo che trema, si gratta la testa.

Si volta di nuovo verso di me.

“La vita è così, è quel filo sospeso tra due campanili. Bisogna starci sopra. Non per forza coi piedi. Magari con le unghie, con i denti. Però sopra.”